All work and no play…

caldarroste.jpg…makes Jack a dull boy. 

Era il tormento del protagonista di Shining. Lasciate perdere “il mattino ha l’oro in bocca”, che è una boiata improponibile degli adattatori italiani. 

Troppo lavoro e nessuna distrazione possono rendere folli. Motivo della mia prolungata assenza da queste pagine. Una pausa. La voglia di rimettersi poi in gioco con nuove forze e rinnovata costanza.

Mi dicono dalla regia che siamo insieme da almeno quattro anni. Minuto più, minuto meno. E questo è molto bello. Nel mentre-dato che odio le bugie, non penso di aver mai saputo come dirle bene-seguo in rete l’andazzo della mia città. Dalla Capitale. E mi stringe il cuore dover sentire da mia madre della “lotta per le caldarroste” che si è consumata in Via Sparano.

Quelle deliziose castagne fumanti. Ah. Il sapore del Natale.

E l’arte nel cuocerle sui carboni del signor Giuseppe Lamacchia, ingiustamente bloccato nella sua attività dalle solite lungaggini burocratiche… quando qui, a Roma, c’è un “caldarrostaro” ad ogni angolo di strada. 

Il signor Lamacchia in due anni ha speso migliaia di euro a causa dei verbali inflittigli dalla polizia municipale per la mancanza dell’autorizzazione per l’occupazione di suolo pubblico. Naturalmente la stessa documentazione viene da lui regolarmente richiesta e a lui regolarmente negata. Un paradosso in questi tempi di gravissima crisi economica e occupazionale in cui versano migliaia di famiglie baresi. Anche perché stiamo parlando di un uomo che chiede esclusivamente di potere vendere in santa pace le caldarroste nelle strade del centro cittadino.

Peppino Lamacchia vende castagne da oltre 30 anni, da quando via Sparano non era ancora un’isola pedonale e in piazza Umberto sostavano le carrozze trainate dai cavalli. Come lui, in ogni grande e piccola città italiana ci sono artigiani dell’agroalimentare che non solo svolgono tale attività senza problemi di sorta, ma vengono addirittura incentivati dalla pubblica amministrazione. A Bari sembra invece una missione impossibile, nell’indifferenza generale.

Voglio tornare a casa e sentire di nuovo quel profumo del MIO Natale. Delle passeggiate al freddo con mio padre e un cartoccetto caldo tra le dita. Voglio il sorriso sincero di chi torna bambino nella tradizione. 

E lo voglio prima del 21 dicembre. Per i nostri figli. Per noi stessi. E per quella fabbrica di Sogni che sa essere la nostra città, quando vuole.

Raccontatemi la vostra storia. Dei sapori del Natale. Delle usanze che scompaiono all’orizzonte della comune noncuranza. Dei mestieri che ci hanno affascinato in fanciullezza. E dell’amore per le cose vere e sincere della nostra città sotto l’albero.

Vi aspetto.