L’estate sta finendo (parte prima)

pp.jpgLe scuole da noi apriranno più tardi. Abbiamo la stagione estiva più longeva del paese. E molti di non fino a settembre ruberanno anche un’ora della pausa pranzo pur di non rinunciare al solleone.

Io ho visto un giorno di mare. Uno di numero. E non è stato un gran balneare. Sinceramente.

Avevo degli splendidi ricordi della mia infanzia, quando mio fratello stava per nascere e si correva con papà verso il fronte Fiera. Sui cuboni di pietra, lasciandosi rosolare dai raggi del sole e sperando nelle fornacelle abusive per rifocillarsi di spiedini e polipi sui carboni.

Questa volta ho voluto sperimentare la spiaggia di Pane&Pomodoro (nome folkloristico dettato dalla tradizione locale che vuole nel pane e pomodoro la merenda dei campioni baresi in spiaggia). L’idea non è stata delle piu felici. La struttura, di per sé, è ben manutenuta (plausi alla Multiservizi), la banchina permette un comodo accesso al mare via scaletta, mentre la rena aiuta anche i più timorosi nuotatori della domenica a calarsi con la dovuta precauzione.

Ma il mare, diciamolo, rimane una grande incognita.

Mi dispiace dirlo. La maglietta non è nera, ma vestita a lutto. 

Inoltre, come presagito, gran parte dei baresi non rispettano le norme fondamentali di educazione, ed è una cosa che non posso esimermi dal segnalare. Vorrei che qualcuno di questi incivili leggesse quanto scrivo. Vorrei fosse normale capire che non si sputa in acqua per gioco, che le cicche di sigaretta non si spengono nel mare e che non si gettano mucchietti di brecciolino su chi prende comodamente il sole sul tavolato. 

Qualcosa, però, nella sua grottesca manifestazione mi ha fatto sorridere. Una famiglia Indiana (ahimé, inorridita dalle condizioni delle acque), ospite del rinato hotel delle Nazioni, oggi struttura del gruppo Boscolo, presa di mira come una band di rockstar dai bagnanti.

Loro, con uno charme e il profumo di Bhollywood sugli abiti damascati e impreziositi da strass e perline, fermati per foto ricordo, domande, bizzarri momenti da incontri ravvicinati del terzo tipo. La fauna locale scatenata, le due signore al mio fianco rapite dal colore ambrato dei piccoli indiani. Ed è strano come un popolo abituato (parlo dei Baresi) a continue contaminazioni orientali, resti fascinato e basito davanti a presenze così multietniche. Mi è parso che il barese medio non abbia la più pallida idea del mondo che c’è fuori. Oltre quell’orizzonte disegnato con le squadre, dove il sole si riposa di tanto lavoro per baciare culture diverse.

La parentesi etnica si conclude con una serie infinita di foto ricordo. Tutti in fila per gli autografi e saluti in una lingua baresenglish, appena uscita dalla Torre di Babele in pezzi. Mi strappano tanta allegria, però. Siamo una sorta di universo a parte. Spero solo la guida che accompagnava i turisti abbia saputo come spiegarlo, agli amici dell’India.

Ritorna la pace apparente. Sperimento un’abluzione improvvisata dalla scaletta. In lontananza, una folla nutrita di coraggiosi, colonizza i frangiflutti alla ricerca di chiare fresche dolci acque. A riva, però, la situazione è improponibile. Sembrava di bagnarsi nei pressi della centrale nucleare di Springfield. Non so quante malattie avrò schivato. E non voglio saperlo. Tra oggetti non meglio identificati e mucillaggini aggregate in fantasiose formazioni. Un pannolino per neonati si inabissa come il Titanic in lontananza. E penso sia la goccia a far traboccare il vaso.

Torno a casa nell’immensa sconfidenza. Condita da una ciliegina amarissima. I mezzi di trasporto. 

All’andata scopro che la navetta da piazza Massari a Pane&Pomodoro non funziona la domenica. Giri immensi dal murattiano alla stazione e dalla stazione alla spiaggia. Sessanta minuti di attesa. Trenta di trasbordi. Al Capitolo a piedi ci arrivavo prima. E altri 60 di 12/ con altri sventurati come me, al ritorno.

Piccola postilla. Io amo questa città. L’ho sempre dimostrato. Adoro bari e adoro i baresi. Ad Ostia la situazione non è migliore. Per dire. 

Ma bisogna ripulire l’immagine e non solo perché l’appeal del richiamo turistico non diventi un coro di malcontento.. è indispensabile regolarci perché si possa andare orgogliosi di ogni centimetro quadro del nostro Capoluogo.

Mi piacerebbe conoscere il vostro punto di vista. La sezione commenti è stata messa qui apposta.

Vi aspetto.

L’estate sta finendo (parte prima)ultima modifica: 2012-08-24T10:37:27+00:00da admin
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2 pensieri su “L’estate sta finendo (parte prima)

  1. Il mio commento da barese e viaggiatrice, è di dolore e vergogna.
    Dolore perchè non riconosciamo (né conosciamo) la res publica. Non capiamo che è “cosa nostra” lo spazio condiviso, che è anche mio quel poco che la nostra Bari offre a tutti. E se è mio, devo (voglio) averne cura, mi piace che sia bello e sano, o almeno così dovrebbe essere.
    E invece.
    E invece visto che (non) ci pensano gli altri, perché dovrei farlo io?
    Perché il bar di Pane e Pomodoro è una squallida tensostruttura, e non potrebbe essere un luogo ben tenuto e ospitale?
    Perchè tutto il lungomare da San Giorgio in avanti è un trionfo di lerciume, abbandono e vergogna?
    Ci vuole poi così tanto a creare parcheggi-bancarelle-bar-bagni-giardini (mediterranei, sindaco, non ciclamini bianco-rossi che n’gann’ a mare inevitabilmente schiattano: pini, macchia, aromatiche, non è difficile: dall’altra parete dell’adriatico, paesi più poveri di noi lo fanno da anni, ed è un paradiso) etc?.
    I lungomari della provincia romagnola sono di una semplicità e funzionalità disarmante.
    Provinciali, fuori moda, ma fruibili h24 dai cittadini.
    Perché non impariamo? Perché non copiamo?

    I mezzi di trasporto: ci vuole poi tanto, ad esempio, ad inventarsi un servizio di taxi-boat privato che darebbe lavoro, ridurrebbe problemi di traffico e parcheggio, e sopperirebbe alle eterne mancanze di mamma Amtab ? (dall’altra parte dell’adriatico, etc… etc…)

    Ci vuole poco, pochissimo. Forse solo un po’ d’amore.
    Che non c’è.
    Forse solo un po’ di umiltà. Nel voler imparare, migliorare.
    Non pervenuta.

    Amarezza, e vergogna. E immenso amore per la mia città.

  2. Cara Stefy, leggo il tuo commento e rimango serenamente colpita dalle tue parole. Colpita peché sono sacrosante, serenamente perché è una vecchia solfa quela della città che non funziona, come anche quella del Sindaco che dovrebbe, delle strutture che mancano, della volontà ai piani alti che viene meno. Purtroppo, però, Bari è dei baresi. E i baresi la trattano anche come l’ultima delle cloache a cielo aperto. Purtroppo dobbiamo fare i conti anche con questa terribile e amarissima verità. Che poi le istituzioni debbano alzarsi le maniche e fare ammenda… mi sembra abbastanza ovvio…

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