Quando il comunismo finì a tavola

Immagine1.jpgIn poco più di una generazione si è passati dai comunicati delle Brigate Rosse ai tweet sui social network, dal pane e salame smozzicato durante le occupazioni universitarie agli emo che sbocconcellano uramaki in sushi bar gestiti da cinesi: un maelstrom di mondializzazione rapidissima ed esagitata che ha inglobato gusti musicali, mode, cucine, lasciando al palo idee, ideologie e memorie. Di questo e molto altro si racconta in “Quando il comunismo finì a tavola”. Partendo dal 1978 e procedendo a balzelli di undici anni, si dipanano quattro tappe fondamentali della nostra storia (l’omicidio di Aldo Moro, la caduta del Muro di Berlino, i movimenti no global e i terribili giorni della crisi del 2011). Sullo sfondo, come fosse una scenografia, due grandi indicatori della nostra società: la musica e il cibo. E così tra un concerto dei Cure e un piatto di pennette alla vodka, tra la nebulizzazione del Pci, le prime importanti storie d’amore e l’avvento dello Slow food, Fernando Coratelli squaderna davanti agli occhi del lettore trentatré anni di avvenimenti, di amarezze, di dubbi e, perché no, di epica.

“Voglio raccontarti i tuoi trentatré anni divisi per undici, i trentatré anni in cui il comunismo è finito a tavola. Già, perché si è smesso di mangiare bambini e ci si è dati al cool, al gourmet, alla radicalizzazione chic”.

L’opera di Coratelli è soprattutto una riflessione ironica e con interessanti intuizioni sugli ultimi trentatre anni di vita pubblica; in particolare sulla deriva della sinistra che lo porta ad affermare, per bocca del suo alterego: «mi piace definirmi comunista, soprattutto perché non ho chiaro cosa sia la sinistra». Ma non facciamoci illusioni, non si salva nemmeno il comunismo, che anzi finisce neutralizzato a tavola nelle ricette con vodka, salmone o caviale.

Affronta con tono a tratti lieve e nostalgico quella che può essere definita come la biografia di un trentennio a tavola. Se l’uomo è davvero ciò che mangia, come sosteneva Feuerbach, la coincidenza tra essere e mangiare sembra ancor più valida per l’homo sinister. Ma la conclusione è impietosa: mentre si ponevano le basi per la grande crisi finanziaria di oggi, la sinistra che faceva? “Inebetita – risponde il protagonista del racconto – frequentava salotti, assaggiava sapori della terra e scambiava ometti con il golfino per amichetti con cui andare a cena”

“Quando il comunismo finì a tavola. Trentatré anni per smettere di mangiare bambini” il 5 aprile alle ore 18.30 sarà a Bari presso la libreria Feltrinelli in compagnia di Fernando Coratelli e Giovanni Turi.

La tradizione della Tammorra

Immagine1.jpgLa tammorra è un grosso tamburo a cornice con la membrana di pelle essiccata (quasi sempre di capra o di pecora) tesa su un telaio circolare di legno. Il diametro varia dai 30 ai 60 centimetri. L’asse di legno che compone il cerchio (cornice) può arrivare fino a 15 cm. di altezza ed è bucato tutt’intorno da nicchie rettangolari dove vengono collocati i sonagli di latta, detti ciceri o cimbali. In loro assenza la tammorra è definita muta, caratterizzata da un seducente suono cupo. Sovente i costruttori usano abbellire lo strumento con l’aggiunta di nastrini colorati e decorarlo con piccoli motivi floreali dipinti lungo la cornice o con scene di argomento cavalleresco affrescate sulla pelle.

La storia della tammorra, rivissuta attraverso lo studio dei reperti archeologici e delle opere d’arte presso quei paesi che si affacciano sul Mare Mediterraneo prende inizio da alcune statuette fenicie di figure femminili, raffiguranti forse sacerdotesse della dea Astarte recanti un disco riconducibile ad un tamburo a cornice.

Terra dei Suoni è un’Associazione Culturale di Ricerca e Riproposta della Musica Tradizionale Barese e Pugliese, e propone (come sempre nel senso della tradizione e dell’originalità nella ricerca musicale storica delle nostre radici), un corso per avvicinarsi al fascino di questo strumento. 

Giunto, per il grande successo ottenuto nelle edizioni precedenti, il corso, tenuto da Gaetano Romanelli, prevede un totale di 10 incontri dalla cadenza settimanale: tendenzialmente ogni venerdì alle ore 19.00 presso la sede dell’Associazione in Strada Vallisa, 48 a Bari Vecchia (nei pressi di Piazza del Ferrarese e la chiesa/auditorium Vallisa).

Romanelli nasce a Bari nel 1987 e da piccolo inizia a studiare pianoforte fino a quando nel 2001 per caso si avvicina alla musica tradizionale merdionale. Così pian piano inzia ad avvicinare quelle forme di canto che dalla nascita l’hanno accompagnato nella crescita. Dopo un accurato studio e ricerca sulla tradizioni di Bari Vecchia fonda la Giovane Compagnia di Musica Popolare “Tarantatà”. Suonatore di fisarmonica, organetto diatonico, tammorra, chitarra battente e zampogna, attualmente fa parte dei gruppi Barincanto e “Terra dei Suonì” di cui presiede l’omonima associazione culturale.

Il Corso ha un costo di 10 euro a lezione pagabili anche volta per volta. I partecipanti al corso godranno dell’iscrizione gratuita all’Associazione che organizza, inoltre, spettacoli e rievocazioni assolutamente da non perdere.

Al termine del Corso di Tamburello ci sarà una serata conclusiva per divertirsi e suonare insieme ai partecipanti del Corso di Danza Popolare, Violino, Chitarra e Pianoforte!

 

Per info e Iscrizioni:

info@terradeisuoni.it

Gaetano Romanelli 339.1212683